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DEVOZIONE POPOLARE
nell'Arcipelago Toscano

 

 

PAOLO CASINI                                                                      

l volume di Paolo Casini, che per la prima parte si è avvalso della preziosa collaborazione di Mario Forti, è frutto di una ricerca lunga e sistematica - isola per isola, comune per comune, frazione per frazione, strada per strada - sulle immagini religiose presenti nei tabernacoli, nelle cappelle, negli oratori, nelle chiese e riferibili a un arco di tempo compreso tra il XVI secolo ed i giorni nostri, con riferimenti cursori a momenti precedenti. Il ricco e ragionato repertorio descrittivo e iconografico, che amplia il meritorio lavoro di base già eseguito dalla Soprintendenza BAPSAE* di Pisa e Livorno, è preceduto da una corretta e opportuna sintesi storica sull 'evangelizzazione dell'Arcipelago da parte di gruppi umani cristianizzati e da parte di Santi, come San Mamiliano, San Cerbone e Santa Giulia, la cui vita e la cui opera ondeggiano, ancor oggi, fra realtà e leggenda. Le decine di volumi e volumetti di storia (intesa in senso lato) che sulle isole dell'Arcipelago vengono pubblicati ogni anno, si suddividono a mio avviso, in due grandi categorie: quella dei libri sostanzialmente superflui perché ripercorrono - talvolta, purtroppo, mediante facili copia/incolla - strade iperbattute dalla ricerca, e quella delle indagini originali che danno un contributo più o meno approfondito alla conoscenza. "Devozione popolare nel l' 'Arcipelago toscano" si colloca a pieno titolo fra i libri utili, anzi indispensabili per chi voglia conoscere in maniera non superficiale le caratteristiche e i problemi del patrimonio artistico-devozionale cosiddetto "minore" (qualificazione non felice) del nostro territorio insulare. Il primo merito di questo volume è senza dubbio di stampo scientifico. L'accuratezza e la capillarità dell'indagine ne fanno uno strumento fondamentale per l'ampliamento e l'affinamento delle ricerche (l'uno e l'altro non conoscono la parola fine) da parte di specialisti afferenti a una pluralità di discipline (archeologia, architettura, storia dell'arte, storia delle religioni, etnoantropologia, ecc.). Altro pregio non trascurabile è quello di aver dato, mediante la schedatura puntuale di ogni singola immagine, un apporto non secondario, sia pure indiretto, alla tutela di un patrimonio devozionale e artistico che nel tempo si è non poco assottigliato per furti, asportazioni e danneggiamenti indiscriminati. Perché, com'è noto, il patrimonio culturale più "debole ", più trascurato e più saccheggiato, è da sempre quello periferico, scarsamente documentato e meno conosciuto, o addirittura ignoto anche ai professionisti del settore. Una terza qualità, forse meno avvertibile ictu oculi ma non meno importante, è legata allo stimolo che il libro può costituire per proprietari e amministratori affinché contribuiscano a fermare l'abbandono di strutture e oggetti mobiliari che sono parte integrante delle nostre radici storiche. Nel libro di Casini, al riguardo, sono illustrati due recenti e risolutivi interventi di restauro che nelle cappelle di San Luigi Gonzaga e di San Francesco di Paola (detta anche di San Cerbone) a Marciana Marina, sono stati effettuati su alcuni notevoli dipinti di fine XVII-prima metà del XVIII secolo. Chissà che non servano di esempio per fermare il degrado di altri pregevoli manufatti. Durante le mie frequenti peregrinazioni archeologiche per colline e valli, soprattutto dell'Elba, mi è capitato spesso di imbattermi sui margini di antichi sentieri, in tabernacoli litici, connotati da una cavità disegnata da Madre Natura nella roccia, ma scalpellinata, allargata, ristretta dalla mano dell 'uomo per renderla adatta a ospitare un'immagine sacra. È il caso, tanto per fare un esempio, della piccola e singolare architettura religiosa su masso granitico presente a mezza costa fra Cavoli e Fetovaia, lungo la via medioevale che collegava San Piero con Pomonte. Si tratta di una nicchia a pianta pressoché quadrata, regolarizzata nel XIV-XV secolo all'interno di un tafone per mezzo di una pavimentazione a laterizi e di un tramezzo elevato con ciottoli e calce. Spero che, stante la passione e la competenza dell'autore, a questo libro possa seguire un 'indagine - forse più difficile - sulle architetture e sulle immagini devozionali più antiche, fra tarda romanità e medioevo.

                                                                  MICHELANGELO ZECCHINI

 

 

PREFAZIONE DELL'AUTORE

Prefazione Quante volte, passeggiando tra borghi e sentieri dell 'Arcipelago Toscano, ci sarà capitato di imbatterci distrattamente in quelle nicchie più o meno grandi poste agli angoli delle strade, sui muri o alla base di un vetusto albero o in luoghi apparentemente senza significato. Spesso non gli abbiamo rivolto la dovuta attenzione. Sono i tabernacoli o "Madonnine" e costituiscono una preziosa testimonianza di devozione popolare di antica tradizione. A patto, ben inteso, di riuscire a distoglierci dalla nostra quotidianità così veloce e superficiale, potremmo anche piacevolmente notare nelle strade più tranquille e nei sentieri di campagna, omaggi di fiori e lumi votivi, un fazzoletto legato a testimonianza delle lacrime versate o un mazzo di fiori con il quale la sposa si è presentata all 'altare; tutto questo affidato a quelle stesse immagini che nei secoli sono state silenziose ascoltatrici di preghiere e di suppliche da parte del cosiddetto "popolino".
Tale attenzione viene rivolta non soltanto alla mensa del tabernacolo affinché non rimanga spoglia di fiori e lumi ma, quando possibile, anche per procedere a quelle piccole opere di restauro che, "motu proprio" vengono prestate dai fedeli più premurosi.
Ecco quindi posto in opera un artistico cancelletto in ferro battuto, oppure restaurato uno in legno sempre a protezione della sacra immagine. Protezione che andrebbe rivolta a tanti dei tabernacoli posti sul territorio dell'arcipelago. Sfortunatamente molte immagini devozionali sono scomparse oppure sottoposte ad inutili atti di vandalismo che, unitamente al-1 'incuria, hanno cancellato per sempre le tracce di chi gli aveva affidato il proprio messaggio.
A seguito di ciò sono molte le nicchie desolatamente vuote, alcune ormai da svariato tempo. Ma la storia, oltre che questa forma di culto, ci ha tramandato anche immagini devozionali gelosamente conservate nelle molte chiese e cappelle. Statue, dipinti, crocifissi, sono lì a testimoniare la volontà di fermarsi con la mente e concedersi momentaneamente a quella spiritualità che per secoli ha sollevato l'animo dei devoti. L'immagine è dunque al centro della devozione del cristiano.
Ci mettiamo al suo cospetto per la potenza coinvolgente che esercita sulla vita interiore, sul sentimento e sull 'immaginazione ed attraverso tutto questo, ci immedesimiamo ed assimiliamo il messaggio che vi viene offerto. Al cospetto del santo implicitamente lo imitiamo per le sue qualità migliori e toccando l 'immagine, allo stesso modo di come sfioriamo un reliquario, per il cristiano significa ricevere una benedizione. La sociologia delle religioni identifica in queste forme di culto, uno dei più tangibili segni del carattere sociale della credenza religiosa, la sua plausibilità logica e la sua indispensabilità al funzionamento di ogni società storica.
Secondo Emile Durkheim (1858-1917), sociologo ed antropologo francese, il sacro si impone all'individuo come un fatto esterno che non può negare; preesiste all'individuo parimenti alle regole morali, ai costumi ed alle tradizioni.

 

 

Tale esigenza si esprime con credenze e pratiche che, contrariamente a quanto si tende a pensare in modo troppo superficiale, non sono frutto di ignoranza o di superstizione, ma bensì risultante dell'esperienza reale di stati d'animo collettivi. Scrive Durkheim: "(...) non è che il sentimento che la collettività ispira ai propri componenti, proiettato al di fuori delle coscienze che lo sperimentano e lo rendono oggettivo. Per oggettivarlo, questo sentimento si fissa su di un oggetto che diviene, in tal senso, sacro". È quindi la forza della società che si sperimenta soprattutto nei momenti di grande esaltazione collettiva; ben diversa dalla forza individuale risultante dal processo di ascolto interiore conseguente ad una ricerca del "senso religioso" del tutto individuale.
La religione quindi, la cui funzione di coesione sociale appare indubbia, ha nella società il proprio punto di partenza e di arrivo. Costituisce il prodotto più alto del sentimento di solidarietà sociale che anima la comunità e formidabile garante della sua autoriproduzione.
Ormai è da molto tempo che la società moderna `si sviluppa senza dovere assolutamente nulla a dei principi religiosi: politica, economia e morale attengono a questa "regola" assimilata in modalità pandemica. È un fenomeno ormai studiato: con lo sviluppo dell'industrializzazione e della concentrazione delle popolazioni nelle aree urbane, le chiese si svuotano e le vocazioni declinano progressivamente. Ed ecco allora che la religione, quando sopravvive a questo processo, si consolida quasi esclusivamente nella sfera della vita privata ed anima sempre meno le comunità, soprattutto parti. Forse un giorno resteremo stritolati dalla razionalità della società del terzo millennio soprattutto quella dei grandi paesi dell'occidente.
In pratica, soltanto gli appuntamenti liturgici riescono a riunire i fedeli. Salvatore Abbruzzese, noto sociologo, descrive efficacemente la crisi del `fedele moderno" che è "orientato verso una pratica stagionale, dove il portale della chiesa non è varcato che in occasione dei riti che segnano le grandi stagioni della vita (battesimo, comunione, matrimonio, onoranze funebri). Il sacro non abita più nel quotidiano - ciò che induceva il credente a porre un omaggio sulla mensa del tabernacolo - e non orienta più progetti e scelte di vita. Esortazioni e indicazioni delle autorità ecclesiali sembrano sempre più dissonanti rispetto ai principi di una società secolarizzata, e per questo stentano ad essere assimilate nella religiosità dei singoli ".
Ecco allora nascere diverse forme di religiosità al di fuori delle chiese, ma secondo il teologo e filosofo Ernst Troeltsch "non è altro che una religiosità cristiana interiorizzata, amalgamata in qualche modo con il mondo ideale moderno: un cristianesimo che non trova più un nesso con le Chiese storiche, ovvero ritiene di non poterlo trovare... ora è un sincretismo, prodotto in modo fantasioso, di vari elementi religiosi tratti dalle religioni di tutto il mondo, cui ha fatto da padrino l 'erudizione storico-religiosa; ora sono conventicole occultistiche e spiritistiche, in cui si ridesta l'antichissima religione primitiva del culto delle anime e del culto degli spiriti; ... ora un ridestarsi del pessimismo e del bisogno di redenzione che però, rinunciando all 'idea cristiana della personalità, si ricollega piuttosto al buddismo che al cristianesimo; ora, infine, un'aspirazione assolutamente indefinita alla religione che immediatamente si ritrae dinanzi a ogni concreto pensiero religioso.
In conclusione, in quest 'ambito il mondo moderno, se ha compiuto fino in fondo la sua opera di distruzione degli antichi legami religiosi, non ha prodotto alcuna forza realmente originale ". Posso umilmente aggiungere che lo sviluppo del mondo moderno ha sostituito la tradizione religiosa, in qualsiasi sua forma espressa, con un vuoto o, al massimo, con labili succedanei sia materiali che immateriali.

 

 

La mancanza del proprio cosmo religioso esalta la ricerca dell 'individualismo tipico della nostra epoca; l'affermazione dell ' "io" materiale è l'imperativo ed il "nuovo" che avanza, sotto qualsiasi forma esso si presenti, volenti o nolenti è diventato ormai il senso obbligato della storia o, come si dice più propriamente con linguaggio globale: un "must".
Alla luce di questa breve disamina ci dobbiamo porre una domanda: hanno ancora un significato queste antiche forme di culto legate ai tabernacoli e, più in generale alle immagini devozionali? Mi piace qui riportare quanto espresso da Carlo Lapucci proprio a riguardo della devozione popolare: "Quanti oggigiorno, chiusi nelle macchine in fuga perenne vedono i tabernacoli? Chi, secondo l'antica usanza, vedendone uno si ferma con la mente per un momento? Probabilmente è più facile rispondere con un'altra domanda: ammesso che oggi significhino ben poco per noi, che senso avrebbe lasciare queste testimonianze alla distruzione e all'oblio, ignorando il loro valore di documento umano, artistico e storico che possano avere? Ed ancora: che forme sostitutive, più alte e spirituali abbiamo da proporre come mezzo di santificazione della vita quotidiana, come tramite tra l'ordine materiale e quello celeste? Tale devozione appartiene all 'itinerario della spiritualità e costituisce uno dei segni al quale l'uomo si è riferito, ha manifestato e concretizzato il suo rapporto con il Regno dei Cieli: è giusto lasciare la testimonianza che ne hanno dato quanti vi hanno trovato un tramite con l 'eternità, come onorarlo quale dimensione del sacro, vissuta da chi ci ha preceduto.

C'è inoltre un debito da pagare alle generazioni future, le quali - lo vediamo continuamente - vanno spesso a cercare la cultura, nelle forme e nei contenuti archiviati, scartati, abbandonati da genitori e nonni, reinventandone usi e significati. Non è detto che tutto quello che abbiamo decretato come superato, lo sia definitivamente e per sempre. Vivendo in un tempo di crisi e di cambio di pelle, vediamo tutti come il vecchio muoia e il nuovo stenti a nascere. Questi sentieri, diciamo campagnoli, di accesso alla trascendenza, sia pure mediata e intesa come poteva intenderla una società fatta in gran parte da analfabeti, si vanno chiudendo, le tracce non più battute annegano nell'erba e i rovi invadono e chiudono i paesaggi. Cosa si apre di nuovo? Quali nuovi segni vengono a sostituirli? Quali forme, cammini, strade, pratiche entrano a sacralizzare il tempo e lo spazio, la vita dispersa e affannata, la giornata spesso vuota e vana dell 'uomo moderno? Quasi niente viene a riempire il vuoto lasciato da queste pratiche, tranne certe forme di devozione proposte attraverso i mass media, forse più discutibili di queste. Siamo legati irrimediabilmente al mondo sensibile e i segni ci sono necessari per esprimerci, per cogliere l 'inesprimibile, per passare dalla terra al cielo, dall 'immanente al trascendente. Al mistico forse è dato di adorare Iddio già "in spirito e verità ", eludendo mediazioni troppo concrete, ma anch'esse hanno bisogno di segni tangibili, come del resto sono anche i Sacramenti. Sappiamo benissimo che un luogo vale l'altro, che la preghiera non richiede edifici privilegiati e altre considerazioni si possono aggiungere; ma come si sceglie un giorno per una festa, un'ora per un incontro, una data per un inizio e una fine, così anche i luoghi di devozione possono accompagnare il nostro cammino.

 

 

Per apprezzare a pieno questo lascito delle passate generazioni non sarebbe male guardare cosa potremo mai lasciare noi a testimonianza di una vita cristiana. Fa pensare la povertà di "segni" concreti che oggi possono fare da tramite fra il tempo e l'eternità. Quella che ci ha preceduto e si è tradotta in una di queste forme, è stata una religiosità forse un po 'volta agli aspetti terreni e a questi interessata nei rapporti col divino, ma certo era radicata nella fede, forse più delle moderne astrazioni e dei nostri tentativi di purificazione assoluta dal momento religioso, cose che possono nascondere, con la strisciante idolatria del benessere, altri vitelli d'oro ben più pesanti, in agguato sulla strada tra l 'uomo e Dio ". Questo libro, frutto di innumerevoli sopralluoghi, di interviste in loco, di indagini bibliografiche e d'archivio, vuole rappresentare una sorta di censimento di tutti quei simboli che in gran parte ancora oggi sono protagonisti della devozione popolare dell'Arcipelago Toscano. Tabernacoli quindi, ma anche le immagini conservate nelle chiese; talvolta abbandonate, talvolta disperse, talvolta restaurate. La speranza è anche quella di riportare all'attenzione pubblica tracce di storia della società isolana che dal mare ha tratto parte della sua spiritualità. Quel mare dal quale sono arrivati elementi di contaminazione culturale che nei secoli, sedimentandosi ed intrecciandosi con la tradizione, hanno contribuito a rendere le nostre isole veri coacervi di tradizioni. Molte cappelle sparse per tuta l'Elba, sono di proprietà privata spesso notevolmente frammentata. Anche per questo motivo, con il trascorrere inesorabile del tempo, diventa sempre più raro assistere al recupero di tali strutture, anche se non adibite al culto, almeno mirate all 'arresto del degrado ed alla salvaguardia del loro patrimonio ivi custodito. Le cappelle in buono stato di conservazione sono visitabili con difficoltà se non ricorrendo alla disponibilità e gentilezza dei proprietari o dei custodi nonostante che alcune di esse risultino sempre aperte soprattutto nel periodo della bella stagione. Anche nelle altre isole, alcune cappelle e piccole chiese sono in vero e proprio stato di abbandono, lasciate all 'azione incessante delle intemperie che ammuffiscono, corrodono, sbiadiscono ed infine cancellano del tutto dipinti, statue, antiche stampe ed arredi sacri. Entrando in una di queste cappelle, talvolta sembra quasi di fare un salto indietro nel tempo di qualche decennio poiché tutto è rimasto lì, esattamente al suo posto come quel drappo di damasco dorato che protegge la pala d'altare, magari ricoperto di polvere... ma li. Salvo poi accorgersi che l'acqua piovana si infiltra copiosa dal tetto. Evidentemente, oltre a complicate questioni di proprietà, ci sono anche quelle legate alle risorse economiche necessarie per la salvaguardia di questo patrimonio. Risorse talvolta ingenti soprattutto in un 'epoca e per un settore dove il mecenatismo sembra scomparso del tutto. Ma mica sempre bisogna rincorrere all 'occasionale mecenate! Questa è anche l'epoca delle amministrazioni locali e dell 'economia cosiddetta "virtuosa ", del "project financing ", dei "cofinanziamenti ", della Comunità Europea e via discorrendo. A ben guardare, con occhio competente, ma soprattutto con la voglia di fare, soluzioni anche miste per il reperimento delle risorse necessarie si potrebbero anche trovare. Il turismo "balneare" è diventato un'importante risorsa dal secondo dopoguerra in poi... e questo tutti lo sanno. Ma nessuno ha il diritto di gettare nel dimenticatoio catartico del terzo millennio un passato così importante. Accanto ad iniziative pregevoli, ci sono altrettante emergenze conservative, di restauro e di valorizzazione che, se ben organizzate a livello territoriale potrebbero rappresentare non solo una preziosa valenza storico-culturale, ma anche motivo per visitare l 'arcipelago anche al di fuori del periodo canonico di vacanza estiva ormai notevolmente ridotto rispetto al recente passato.

 

 

L'attenzione per la conservazione di tale patrimonio viene da lontano. Nel 1738 la Principessa di Piombino Maria Eleonora Boncompagni e più tardi, nel 1788, il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, avvertono l 'esigenza di conoscere esattamente la situazione delle `fabbriche delle chiese e canoniche ". Infatti, molti luoghi sacri erano mal ridotti e depredati dei loro arredi sacri. L'8 ottobre 1 788 arriva a Portoferraio copia di un regolamento del Granduca (riportato integralmente in questo volume) con precise norme da seguire non solo per l 'inventariazione di tutto il patrimonio da eseguirsi ogni tre anni, ma anche per i provvedimenti per i parroci che eventualmente non si attendessero a tale provvedimento. Norme precise, che prevedevano anche di "dichiarare capo per capo quanto agli Argenti, ed Ottoni, a qual peso precisamente ammontino ". Anche il Granduca, che scaricava tutta la responsabilità sull ' "indolenza e trascuratezza dei Parochi [parroci]", voleva evitare danni "come in passato ". Aspirano o non aspirano dunque le nostre isole a diventare meta turistica per tutto l'anno? Musei diffusi, percorsi cittadini e tracciati su tutto il territorio. Le emergenze non mancano, i giovani da impegnare in iniziative di largo respiro neanche. C 'è spazio per tutti e per molte competenze professionali. Come si dice... forse manca lo "spunto ", la consapevolezza del valore e della potenzialità di tutto ciò, la fierezza ed il rispetto per la salvaguardia delle proprie radici culturali. Sarebbe un delitto persistere nell 'ignorare ancora tali valori, e qui mi riferisco a tutto il patrimonio. Come si fa ad esempio, a sopportare l 'indescrivibile stato di abbandono del complesso conventuale di Sant 'Antonio alla Capraia? Un patrimonio storico, un grande spazio completamente lasciato a se stesso. Ed il pensiero non può che correre verso quello che è già accaduto per il Forte San Giorgio (XVI secolo) sempre alla stessa Capraia. Sull 'orlo della completa distruzione, anche dopo la fine del ventennio fascista, durante il quale la struttura divenne proprietà di un gerarca, la struttura è stata lasciata per ben sessanta anni nell 'oblio. Nessuno è riuscito a riportare il forte di dominio pubblico. Fino a quando, e non poteva che finire altrimenti, il tutto è stato venduto a privati che lo hanno trasformato (che novità!) in un'oasi di lusso con tanto di panorama "esclusivo" e piscina. Al riguardo si esprime quasi unanime approvazione per tutto ciò `perché il forte èstato salvato dal degrado", anche se non più accessibile e godibile dalla comunità. E pensare che il profilo del Forte San Giorgio fa bella mostra di sé nello stemma del Comune di Capraia Isola! Non aspettiamo che tempo, maleducazione, trascuratezza, ignoranza e delinquenza erodano ancora tale patrimonio delle nostre isole. Ricordo anche il grave furto del "Tesoro della Madonna di Loreto" nella Chiesa della Misericordia di Portoferraio perpetrato nel luglio del 2008. Soltanto l'ultima di una serie di depredazioni più o meno eclatanti alle quali, solo in rarissimi casi si è potuto porre rimedio. La pretesa di questo libro non è accademica, visto che non ho la formazione specifica, ma vi troverete molte immagini inedite e notizie per la prima volta qui riportate. Conscio che forse si poteva fare di più ed altrettanto consapevole delle inevitabili lacune, affido il frutto del mio appassionato lavoro agli amanti della storia e della cultura di questo spicchio di Toscana.

 

 PAOLO CASINI                    

 

 

 

QUESTO VOLUME COSTITUISCE una sorta di censimento di tutti quei simboli che in gran parte ancora oggi sono protagonisti della devozione popolare nell'Arcipelago Toscano. Tabernacoli quin- di, ma anche immagini conservate nelle cappelle e nelle chiese. Di tutte le rappresentazioni si è proceduto all'identificazione dell'iconografia, della sua storia e del relativo significato.
La nostra convinzione è che tali immagini e le strutture che le custodiscono, rappresentino preziose testimonianze di un enorme patrimonio culturale, in alcuni casi vere e proprie emergenze storiche ed architettoniche, e che come tali debbano essere conservate, restaurate e valorizzate. La speranza è quella di riportare all'attenzione di tutti tracce di storia di quella società isolana che dal mare ha tratto parte della sua spiritualità. Quel mare dal quale sono arrivati elementi di contaminazione culturale che nei secoli, sedimentandosi ed intrecciandosi con la spiritualità locale, hanno contribuito a rendere le nostre isole veri coacervi di tradizioni.


           PARTE I ELBA    (con il contributo di MARIO FORTI)
           PARTE II     CAPRAIA, GIANNUTRI, GIGLIO, GORGONA, MONTECRISTO, PIANOSA     


PAOLO CASINI - Laureato in Scienze Agrarie e specializzato in Agricoltura Tropicale e Subtropicale presso l'Università di Firenze, è attualmente Professore Associato della stessa Università. Dal 1984 si occupa di sistemi agricoli sostenibili nei tropici umidi e di colture erbacee alimentari degli ambienti temperati. Autore di contributi scientifici pubblicati su riviste del settore nazionali e internazionali. Appassionato di tradizioni popolari e frequentatore dell'Isola d'Elba fino dal 1971, ha pubblicato il volume "Enfola, il promontorio più suggestivo dell'Isola d'Elba" (Semper, 2005) e prodotto il CD `Musica popolare dell'Isola d'Elba" di Daniela Soria (Pegasus, 2010). Sempre nell'ambito delle tradizioni popolari ha prodotto i CD audio "Nàcchere toscane" (2007), "Rispetti, ninne nanne e stornelli" di Narciso Parigi (2009) e "In Maremma" del Coro degli Etruschi (2011). È socio del Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane e membro del Comitato di Redazione della rivista "Toscanafolk". MARIO FORTI - Provveditore della Confraternita del SS Sacramento di Portoferraio e cultore di storia locale.

 

 

 

 

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